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Politica, le opinioni



Una società in decrescita
Letizia 30 aprile 2003

"Una società in decrescita" - È il titolo di un interessante articolo di Serge Latouche, professore emerito all'Università di Parigi Sud e autore di numerosi saggi in materia di socioeconomia, apparso sul numero speciale di questo mese della rivista francese Politis, il cui titolo è decisamente tutto un programma: "Reinventare la sinistra". Partendo dalla constatazione dello strapotere dell'economia su tutti gli aspetti della vita sociale odierna, Latouche rileva che il ruolo della sinistra può essere "solo" quello di forza di pressione e di proposta. Non v'è dubbio infatti che sia sempre possibile mettere in fila una serie di misure concrete, più o meno realistiche: "dalla tassa Tobin alla riduzione dell'orario di lavoro, passando per la creazione di un reddito di cittadinanza e l'annullamento del debito del terzo mondo". Tuttavia, da onesto pragmatico, riconoscendo che le possibilità di aprire una strada di riforme sostenibili sono assai deboli, egli si propone di pensare "oltre l'economia", ossia verso una "riflessione volta alla rifondazione del sociale e del politico nell'era postmoderna, del post sviluppo e della società post-economista". Si tratta di operare per costruire una società di "decrescita".Questa presuppone un'organizzazione completamente diversa in cui venga valorizzato il tempo libero rispetto al lavoro, in cui i rapporti sociali prevalgano sulla produzione e sul consumo di prodotti a perdere inutili se non nocivi. In tal senso il Forum ONG di Rio ha sintetizzato la carta dei consumi e degli stili di vita in un programma a 6 R: Rivalutare, Ristrutturare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Si individuano subito i valori che dovrebbero sostituirsi a quelli attuali: l'altruismo dovrebbe soppiantare l'egoismo, la cooperazione arginare la competizione sfrenata, il piacere del tempo libero lenire gli effetti dell'ossessione del lavoro, l'importanza della vita sociale avere la meglio sul consumismo illimitato. Il gusto di un lavoro fatto bene avere la meglio sull'efficientismo produttivista, il ragionevole sul razionale, e così via. Per molti questi valori soffrono di velleitarismo utopistico, eppure sono proprio quei valori che la sinistra istituzionale ha messo nel cassetto, piegandosi obtorto collo alla logica di un liberismo senza regole che si traduce nell'antiumanismo. Prima di un progetto politico, e perché esso abbia qualche possibilità di tradursi in programmi coerenti, è necessario avere un progetto etico. A molti dei nostri attuali rappresentanti parlare di progetto etico relega di fatto l'interlocutore nella fascia di un radicalismo incapace di mediazione e quindi inetto di per sé all'espletamento della politica quale arte del compromesso. Ma non è proprio l'abiura di tali valori che ha reso i DS oggi una conchiglia vuota? Non è proprio la volontà (comunque fallimentare) di voler parlare a tutti, di allargare il consenso ai soli fini elettorali che invece ha fatto perdere di vista valori e programmi alternativi? Non è allora più serio, chiaro, progettuale e non propagandistico quanto afferma Cofferati: "penso che il riformismo sia una pratica che si fonda sul cambiamento e la gradualità nel cambiamento, ma deve essere, quale pratica politica, contraddistinto dal radicalismo nelle azioni e nella difesa dei valori"?

Lega leggera
Massimo Marnetto 30-4-2003
Ma come, caro Bossi, sta sempre a dire "Roma ladrona" e adesso che il Tribunale di Milano ha appena condannato Previti per corruzione in atti giudiziari - un modo per rubare molto più grave - non dice nulla?
...neanche se Cesarone ha tranquillamente ammesso in udienza che preferiva tenere i suoi soldi all'estero per non pagare le tasse? Bossi siamo qui; dove guarda?

Referendum? Distruzioni per l'uso
Solimano 29 aprile 2003
Vorrei affrontare l'argomento referendum in modo un po' anomalo. Credo infatti che tutti i mal di testa, i litigi, le ipocrisie, i posizionamenti siano tempo perso.
A che serve, infatti, che i DS, ad esempio, esprimano la posizione del loro partito? O che la Margherita chieda che ci sia una indicazione di voto dell'Ulivo? Nel merito, e nella decisione del singolo elettore, assolutamente a nulla.
Pensiamo ad un lavoratore che abbia votato Forza Italia e che operi in una azienda che abbia meno di 15 dipendenti. Così ce ne sono tanti, fra l'altro, e questo è già un elemento interessante.
Poi pensiamo un artigiano o un piccolo imprenditore che abbia votato DS: ce ne sono pochi, ma non pochissimi.
Cosa gliene frega a loro dell'indicazione di voto di Forza Italia o dei DS? Hanno un dato concreto che riguarda la loro vita a livello di rischio/opportunità e su questa base decidono.
Le alternative sono tre e tutte e tre hanno dei pro e dei contro: quello che ne sceglie una non può demonizzare quelli che scelgono le altre due. Non sto a dilungarmi sui pro e sui contro: più o meno li conosciamo tutti e sappiamo che sono tanti, ma è proprio questo, quello che dovrebbe fare una forza politica per dare (finalmente!) un servizio agli elettori: illustrare al meglio proprio questi pro e questi contro, e come si inquadrano nel suo disegno politico generale.
Io, un mio orientamento ce l'ho, ed è quello di dire no allo strumento referendum per questo tipo di problemi non andando a votare, perchè il referendum è una spada e questi problemi non si tagliano con la spada. Aggiungo che al referendum proposto a suo tempo da Confindustria andai invece a votare per respingere l'attacco ad un diritto che c'era già. Credo che il razionale di Giugni, quello della "soglia" sia convincente.
Ma, a parte la mia opinione e la mia conseguente decisione, vedo che anche le altre due scelte hanno delle frecce al loro arco, e quindi non le colpevolizzo. Mentre colpevolizzo, questo sì, l'uso improprio e sottilmente perfido che ha fatto Bertinotti dello strumento referendum.
Il tempo che si guadagnerebbe smettendola di discutere sulle tre scelte, che invece meriterebbero di essere meglio qualificate con gli argomenti, questo tempo sarebbe più proficuamente utilizzabile per una vera politica del lavoro. Discorso oggi assente o con gravi carenze.
Da più di dieci anni si assiste ad un continuo degrado motivazionale e spesso anche retributivo del lavoro, di tutti i lavori. Tutti lo sanno, dai dirigenti ai manovali. E' un problema epocale, che riguarda tutto il mondo.
La generazione successiva alla nostra non ha e non avrà le opportunità che abbiamo avuto noi.
Se non si chiamano le cose col loro nome, di che tipo di riformismo si chiacchera? Notate bene: di questo, oggi quasi tutti hano preso atto, ne sono al corrente.
L'impressione è che si faccia finta di niente perchè non si hanno le risposte.
Ma chiamare le cose col loro nome sarebbe già iniziare a dare una risposta, ammettendo che una risposta va data.
Sarebbe un grande passo in avanti.
Saluti selvatici
Solimano



Referendum? Una questione di coerenza.
Enzo 28 aprile 2003

Dopo aver sostenuto che il referendum sull'art. 18 è sbagliato nel merito e nel metodo si ha l'obbligo della coerenza, e le forze politiche che hanno portato avanti quest'opinione possono assumere solo una posizione indicando di votare no! Tutte le altre possibilità sono "furberie di stampo proporzionalista". E' finito il tempo della politica deresponsabilizzata, che misura tutto in termini di tattica, di movimento e che ha come unico scopo quello di avvantaggiarsi rispetto ai partiti "amici". Se il centro sinistra (e in particolare i DS), anche in quest'occasione, invece di assumere una posizione chiara e coerente con quanto fin qui sostenuto, si farà paralizzare da opportunistici ed incomprensibili distinguo, si condannerà alla subalternità e ad una lunga opposizione. Non comprendere questo significa essere lontani anni luce dalla realtà del paese.



Etica e moralità
Enzo 27 aprile 2003

Casualmente ho visto sulla 7 una parte di una lunga intervista a Vittorio Foa. E’ un piacere ascoltarlo quando parla dei tanti fatti che ha visto nella sua lunga vita. E’ un piacere perché, anche quando parla di eventi tragici, riesce sempre a trasmettere un’idea gioiosa della vita e di vero ottimismo. Ma c’è stata una risposta dove questo suo modo di essere si è incrinato lasciando il posto ad una vena di amarezza. Parlava del fatto che oggi le parole non hanno valore, troppo spesso si afferma il contrario di ciò che si è sostenuto solo il giorno prima, e ha messo in risalto come questo significhi, in particolare per l’uomo pubblico, assenza di etica e moralità. Il grande vecchio ha ragione! Questi sono tempi duri: i venditori di tappeti hanno grande spazio. Allora è necessario che chi si propone come alternativa per il governo del paese viva il proprio fare politica tenendo ben saldi i prerequisiti dell’etica e della moralità: forse qualcuno a sinistra lo ha dimenticato.



Un altro segnale di "terzopolismo"?
Montepino 26 aprile 2003
Violante dice che tra l'Aprile del '45 e quello del 2003 c'è un unico parallelo comune: entrambi sono serviti alla liberazione dalla dittatura, e che l'unica differenza condisterebbe nel fatto che italia e Germania vengono da lontano nella storia, mentre l'Iraq fu costruito a tavolino. Dice anche che FI e la Lega minano l'unità nazionale e che, in questo intento, sono una minoranza nel paese e in parlamento. Ora, se questo è il senso delle parole di Violante, non è un mistero per nessuno qui il richiamo dello stesso alla buona fede dei "ragazzi di Salò", assimilati nell'amor patrio ai combattenti della Resistenza. Non è un mistero nemmeno il diverso atteggiamento di Fini & affini (rispetto a Forza Italia) sulla celebrazione del 25 Aprile, come diverso e maggiore è il mal di pancia sulla 'devoluzione' bossiana e i prigionieri del suo ricatto. Un ricatto facile su chi ha interesse che vengano smembrati persino i poteri giudiziari nella loro massima istituzione. Un ricatto inesistente, forse, su chi ha interesse al 'serbatoio meridionale' del consenso, una volta ottenuto al 'nord' il NO del moderatismo ulivista, sull'Art. 18 del referendum di Giugno. Paradossalmente, l'ennesima spaccatura a sinistra nell'Ulivo sull'Art.18 trascinerebbe il piede nella fossa sia al bipolarismo, sia al governo Berlusconi. Naturalmente, il test elettorale di maggio avrà un peso tutt'altro che secondario sulla sorte e gli sviluppi di questa ipotesi. Forse il ritorno al proporzionale ucciderebbe un Ulivo morto, ma è in tal caso che mi rifiuto di maramaldeggiare.



Previti: anche la pazienza ha un limite
Montepino ci trasmette questo intervento di Di Pietro - 25 aprile 2003

La pazienza ha un limite e forse proprio su questo limite fa affidamento l'on.le Cesare Previti per evitare che il processo milanese che lo riguarda possa giungere a sentenza. Si sara' domandato: prima o poi, i giudici - a forza di stuzzicarli, di offendere la loro professionalita', di mettere in dubbio la loro terzieta' - perderanno le staffe e faranno o diranno qualcosa di sbagliato. Ed allora - zac! - l'artiglio di Previti colpira' ed egli subito partira' (ripartira') all'attacco: l'avevo detto io ...sono prevenuti... ce l'hanno con me... non sono affidabili... e cosi' via. Insomma, la strategia dell'ultima ora sembra essere proprio quella dell'esasperazione a cui vuole portare il collegio giudicante per indurlo a reagire scompostamente. Ma sta sbagliando i suoi conti ancora una volta. La saldezza dei nervi e la tenace pazienza che stanno mantenendo i giudici milanesi riusciranno alla fine a piegare alla giustizia anche il piu' irriducibile degli imputati. Dobbiamo allora augurarci tutti che i magistrati non perdano la calma nemmeno di fronte all'eventuale ultima provocazione di Previti e dei suoi avvocati: quella di reitare l'istanza di ricusazione, ovvero di ricorrere in Cassazione contro l'ultima reiterazione e nel frattempo chiedere l'ennesimo rinvio dell'udienza. Una richiesta dettata non certo dalla prospettazione di un insperabile ribaltamento di giudizio ma piu' prosaicamente per allungare i tempi e cosi' sperare che nel frattempo il Parlamento possa riuscire ad emanare una legge che in qualche modo favorisca gli interessi dell'imputato. Una soluzione, questa, a cui nel frattempo stanno lavorando, in una disperata lotta contro il tempo, molti parlamentari dello stesso giro politico di Cesare Previti. Proprio in questi giorni infatti e' ritornata in auge in Parlamento la discussione sulla riforma dell'art. 68 della Costituzione riguardante l'immunita' parlamentare, con lo scopo dichiarato di sottoporre alla previa autorizzazione del Parlamento la possibilita' di processare un deputato o un senatore. La vicenda processuale di Previti e' ormai arcinota a tutti e comincia anche un po' a stufare: secondo la Procura di Milano, Cesare Previti insieme ad altre persone si sarebbe adoperato per "aggiustare" una sentenza del Tribunale di Roma al fine di favorire tal Nino Rovelli in una causa che aveva in corso contro l'IMI (istituto bancario di diritto pubblico). L'operazione sarebbe riuscita (nel senso che l'IMI venne obbligato a pagare ai Rovelli quasi 1000 miliardi di vecchie lire) grazie ad un fiume di denaro che - sempre secondo la prospettazione accusatoria - tramite Previti ed altri - sarebbe finito nelle tasche di alcuni giudici romani (anch'essi sotto processo a Milano), che a loro volta l'avrebbero ricevuto in ben occultati conti esteri che nel frattempo avevano aperto in Svizzera (ed i documenti bancari starebbero li' a dimostrarlo). Vero? Non vero? Solo un processo ed una sentenza possono stabilirlo. Almeno cosi' si usa in uno Stato di diritto. Invece in Italia sembra che cio' non sia possibile. Sembra cioe' che questo processo "non s'ha da fare". Ogni "scusa" e' buona per chiedere e pretendere un rinvio di udienza. Nel frattempo, lo stesso Parlamento viene piegato per prendere decisioni ed emanare leggi che possano in qualche modo rendere piu' difficile l'acquisizione probatoria o lo svolgimento del processo, grazie al fatto che lo stesso Previti e' parlamentare ed anzi fa parte della stessa maggioranza parlamentare cui fa parte anche il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (che, nello stesso tempo, e' anche suo coimputato in un altro processo per corruzione di magistrati). Se cosi' stanno le cose, viene da chiedersi: fino a che punto puo' essere consentito tale uso spregiudicato delle strutture e degli istituti giudiziari? Certo, il "diritto di difesa" e' sacrosanto ed inviolabile, ma altrettanto sacrosanto deve essere quello di consentire alla Giustizia di fare il suo corso. Altrimenti il diritto di difesa si trasformerebbe in arbitrio ed in impunita' e questo in uno Stato di diritto non puo' essere consentito. Nemmeno a Cesare Previti. Sarebbe auspicabile che anche gli elettori di Forza Italia e del centrodestra se ne rendessero conto. Qui' non e' questione di ideologia ma di "certezza del diritto" e di funzionamento delle Istituzioni. Votando certe persone, si deve sapere che queste poi - quando vanno al potere - lo utilizzano per farsi gli affari loro (anche di tipo giudiziario) e non per portare avanti gli interessi della collettivita'. Ecco perche' oggi e' piu' che mai necessario che anche le persone che la pensano diversamente dal centrosinistra facciano lo sforzo di mettersi insieme: per fermare la deriva antidemocratica e personalistica che sta prendendo piede nel nostro paese.
Antonio Di Pietro



Partito Democratico
Manuela 18 aprile 2003

Condivido in linea di massima quanto dice Solimano; l'articolo di Salvati è uscito nel posto sbagliato e, soprattutto, è troppo lungo. Troppo lungo e pieno di bizantinismi; un'architettura complicata di possibili alleanze, separazioni e riunioni, che poco raccontano della realtà del paese.

Se queste sono le premesse, possiamo stare ben certi che si tratterebbe dell'ennesima operazione di vertice - un'altra "Cosa", appunto - destinata a schiantarsi alla prova di realtà.

L'idea di "Partito Democratico", volendo chiamarlo così, dovrebbe avere ben altre fondamenta.

Intanto, perché sentiamo tanto inadeguati i partiti come sono oggi? Davvero solo perché litigano fra loro, perché hanno classi dirigenti che riteniamo impari al loro compito, perché ricettacoli di personalismi e ripicche? O non stiamo scambiando piuttosto la causa con l'effetto: i partiti hanno perso la capacità di selezionare le cassi dirigenti, sono diventati autoreferenziali, non sono in grado di elaborare strategie di ungo raggio proprio perché non sono più adeguati ad una realtà profondamente mutata.

Necessariamente qui si devono tagliare i concetti con l'accetta - sempre senza dimenticare però, che la realtà è estremamente più composita di quanto sia possibile rappresentare in poche righe, che modernità ed arretratezze convivono strettamente intrecciate.

Ciò premesso vorrei soffermarmi su un primo aspetto: l'emergere dell'individuo sulle masse. I nostri partiti sono stati creati per rappresentare - e l'hanno fatto bene, per un lungo periodo - gruppi omogenei, per lo più identificabili in classi. Oggi il concetto di classe è venuto meno, non perchè sia venuto meno lo sfruttamento (che, anzi, a volte è più subdolo e feroce: si pensi ai lavoratori dei call center, ai forzati dell'informatica…) ma perché sbriciolato in tipologie e modalità e in saperi, conoscenze, tensioni ed aspettative, talmente diversi tra loro, da non poter essere rappresentati univocamente.

L'individuo, coi suoi bisogni, le sue speranze, le sue conoscenze, le sue capacità non accetta più di farsi massa - non abbiamo forse tutti condiviso che le manifestazioni dell'ultimo anno erano somma di volontà individuali, molto diverse, benchè affollatissime, dalle "manifestazioni di massa" di tempo addietro? A questo individuo, che pure pretende, e a ragione, di vivere entro una rete di relazioni e di protezioni sociali, occorrerà dare risposte all'altezza dei suoi bisogni. Politicamente è un individuo da non indottrinare - hanno fatto il loro tempo le "lezioncine" di politica alla D'Alema - ma da valorizzare, costruendo luoghi di espressione delle opinioni, ma, soprattutto, delle volontà. Luoghi in cui si abbia la consapevolezza di poter contare effettivamente. Non ci si stupisca quindi se nelle sezioni di partito vagano ormai solo innocui vecchietti. E meno ci si stupisca se, in mancanza di una vera possibilità di contare, le astensioni aumentano.

Un secondo aspetto: i giovani. Enzo mi ricorda - ahimè! - che alle elezioni del 2006 voterà anche mia figlia oggi sedicenne. Allora penso bene di chiederle per chi voterà. Dopo la prima, scontata, rispostaccia, emerge che:

voterà per un "giovane" Giovane = non compromesso, non usurato

voterà per chi "afferra il toro per le corna". Interpreto: per chi cercherà di risolvere i problemi, tenendo dritta la barra del timone.

Alla mia obiezione che queste caratteristiche non appartengono necessariamente alla sinistra, reagisce con indifferenza ("Certo non voterò per la Moratti…"; non per "questa" destra, insomma, sicuramente peggio di una sinistra per quanto malmessa). Allora io concludo che è in me che resta un residuo di ideologismo per cui si vota a sinistra a prescindere, ingoiandone tutte le perversioni. Percepisco che c'è un pragmatismo di fondo, a noi sconosciuto, che porterà queste generazioni a misurare la politica con metri diversi, con la capacità di affrontare problemi, a volte enormi: ambiente, globalizzazione, informazione…

Cosa c'entra tutto questo col Partito Democratico? C'entra, poiché a domande nuove occorre dare risposte originali ed efficaci. Occorre immaginare un "luogo politico" in cui le istanze di ciascuno possano trovare ricomposizione, un pensiero alto in cui il riformismo - che è necessariamente la strada attraverso cui passa la concreta risoluzione a concreti problemi - divenga vera sintesi delle domande sociali, non ondivaga pavidità.

Un Partito Democratico che rappresentasse tutto questo, sarebbe forse la risposta al bisogno di politica che la società chiede a gran voce, fino a rischiare di farsela in proprio. Certo, tutt'altra cosa, tutto il contrario, di un'architettura giocata solo su scambi di sigle e di - ormai pochi - numeri.



Massimo Marnetto 15-04-2003
Vi propongo l'intervento del Prof. Nicola Lipari all'Assemblea nazionale dei Comitati per l'Ulivo del 12 aprile 2003.
L'incontro di oggi ha un alto valore simbolico. Una fetta della società civile si autoconvoca e tenta di avviare un dibattito con il sistema dei partiti. Quella società civile che così a lungo è stata accusata di inerzia o di distaccato disinteresse prende finalmente l'iniziativa, si rende conto e testimonia che la politica non può ridursi alla periodica ritualità di un voto e tanto meno ad uno sprezzante atteggiamento di rifiuto.
Questo è il segnale altamente positivo dell'incontro di oggi. Ad esso si accompagnano tuttavia due preoccupazioni che è indispensabile segnalare perché il dialogo che si avvia possa proseguire senza ambiguità, possa diventare sintomo di un metodo, anziché alibi di una duplice riserva mentale.
La prima preoccupazione si colloca dal nostro versante.
Noi, il popolo dei Comitati per l'Ulivo, non siamo tutta la realtà sociale che, pur non sentendosi autenticamente rappresentata dal sistema dei partiti e tuttavia comprendendone il ruolo, guarda con preoccupazione all'attuale assetto istituzionale del nostro Paese e auspica un radicale cambiamento di quadro politico.
C'è, al di fuori di qui, un ampio territorio di movimenti, gruppi, associazioni e individui che hanno con noi molte ragioni di consonanza, che con noi si sono ritrovati e si ritroveranno in una serie di iniziative corali cariche di motivazioni etiche e sociali, ma che più di noi nutrono diffidenza rispetto ai nostri interlocutori politici.
E', a mio giudizio, essenziale rendere esplicite le convergenze con chi è ancora fuori della soglia di questa sala.
Non credo possano esserci incertezze sulla comune adesione ad una piattaforma di contenuti. Il problema riguarda la ricerca delle strutture più idonee a garantirne prima una articolata (e non semplicemente astratta) enunciazione e poi una concreta realizzazione.
Se dobbiamo sederci ad un tavolo comune, dobbiamo prima intenderci sulle modalità del dialogo, evitando di ripetere schemi o ritualità che non ci appartengono.
Non dimentichiamoci che le diffidenze sono giustificate perché la sinistra, quando ha esercitato il potere di governo, ha commesso errori gravissimi (dalla mancata legislazione sulle incompatibilità elettorali e sul conflitto di interessi alla frettolosa modifica del titolo V della Costituzione, dalla riforma universitaria allo spoil system). E questi errori sono stati compiuti proprio perché si è privilegiata (al di fuori di ogni dialogo) una tattica di vertice interna al sistema dei partiti rispetto ad una strategia di base attenta alle domande della società.
Deve esserci una via intermedia tra la condanna senza appello di un'intera classe politica compiuta da Moretti a piazza Navona e il tentativo di quei medesimi soggetti di continuare lungo i vecchi tragitti come se nulla fosse successo, di cercare visibilità attraverso sofismi di parole nelle mozioni parlamentari sulla pace, di coltivare la convinzione che i periodici incontri di vertice siano l'essenza della politica (senza nemmeno rendersi conto che in tal modo ci si offre al costante ricatto di chi ormai non rappresenta che se stesso e pochi intimi).

Chi guarda non diciamo con sospetto ma quanto meno con attenzione critica al nostro incontro di oggi si domanda cosa sia stato fatto in quest'ultimo anno per creare strutture di raccordo con la società civile, per valorizzare competenze che sono patrimonio prezioso di questo Paese e non possono essere riconosciute solo in funzione di previe dichiarazioni di appartenenza; si domanda che cosa sia stato fatto per rendere esplicito che non sono i partiti a dare legittimazione alla società, ma semmai il contrario.
Io credo che la nostra platea diventerà enormemente più ampia nel momento in cui avremo risolto queste perplessità.
E' stato detto da un grande saggio: se vuoi rimanere libero, ricordati che non sei solo. Il processo costituente che abbiamo avviato non chiede di chiudersi in strutture anelastiche, ma semmai di avviare un cammino per sempre più ampie e articolate implicazioni di una società che è stanca di essere periodicamente convocata solo a votare, che intende dimostrare (in una varietà di contesti) la valenza politica delle sue professionalità, che non vuole ridurre il proprio ruolo politico allo sventolio di una bandiera iridata o alla appassionata partecipazione ad un girotondo.

La seconda preoccupazione riguarda i nostri interlocutori politici, gli autorevoli rappresentanti dei partiti che oggi sono qui presenti.
Noi li ringraziamo della loro attenzione, ma, senza falsi infingimenti, rendiamo espliciti i nostri dubbi. Amici, noi non vogliamo essere strumentalizzati. Non siamo qui per offrire una falsa copertura di base a chi è abituato a ragionare soltanto in funzione di intese di vertice. Noi non ci lasciamo emozionare dalla logica delle appartenenze. Vogliamo riconoscerci perché tendiamo agli stessi traguardi e crediamo negli stessi valori; non pretendiamo però di esserci riconosciuti una volta per tutte perché ci hanno attribuito una etichetta o una tessera.
Vogliamo non solo sentire parole dagli uomini di partito, ma registrare comportamenti.
Siamo infatti perfettamente consapevoli che, specialmente nel mondo d'oggi, chi non riesce ad agire come pensa si riduce a pensare in funzione di come è costretto ad agire. Un autorevole uomo politico ha, in questi giorni, riproposto la logica delle incompatibilità, dimenticandosi che essa si giustifica solo in un contesto di territori esclusivi governati dall'alto.
Nella stagione in cui i giovani avvertono sempre più imperioso il richiamo dei beni inclusivi, quelli per i quali il possesso da parte di uno non esclude il concorrente (e arricchente) possesso da parte di altri, vanno semmai coltivate le compatibilità, vanno ricercate e percorse le vie che mi aiutano quando sono con te a non dimenticarmi che in questo rapporto porto anche il mio essere con altri, anzi tutto ciò che gli altri, tutti gli altri, hanno dato a me.
Purtroppo è proprio questo che i leaders politici hanno dimenticato quando si incontrano nel chiuso delle loro stanze.
Noi siamo grati ai professionisti della politica presenti in questa sala o comunque attenti a quel che qui vi si dice. Ma li avvertiamo che non siano più disposti ad essere sentiti ma non ascoltati; non possiamo più consentire di fare da semplice copertura a decisioni assunte prima ancora dell'apparente colloquio. Noi dobbiamo recuperare un'ampia fetta di elettorato che non è certo disposto a votare per Berlusconi, ma che ha grande diffidenza per lo "stile" con cui la sinistra esercita il suo ruolo politico.
Oggi più che mai va ribadito che accanto agli oggetti di riforma debbono soprattutto essere valorizzati gli stili riformatori. Lo stile è ormai diventato contenuto dall'etica politica.
Noi ci attendiamo che (raccogliendo l'appello che, in tante forme, sale dalla base) ci proponiate dei gesti simbolici che rompano le vecchie logiche, gesti capaci di dire a noi tutti e sopratutto a coloro che non sono qui (o che addirittura vedono nell'astensione l'unica forma di coerente testimonianza politica) che è ancora possibile avvertire il senso, l'entusiasmo, la bellezza di un impegno politico.
Ci aspettiamo risposte, destinate a trovare da domani puntuali attuazioni ed idonee a dimostrare la costante diuturna dialettica tra il sistema politico e una società civile che non è fatta solo di voti, ma di sensibilità, di competenze, di uomini e donne capaci di dialogo, non solo di assenso.
Ricordatevi che in politica più ancora che altrove, chi più dà più riceve.
Ecco, io interpreto l'incontro di oggi come l'avvio di un dialogo di questo tipo. E a questo dialogo affido la mia speranza. Perché sperare, oggi, vuol dire farsi ottimisti anche socialmente, non accettando la vita come un silenzioso contenitore di fatti, ma sapendo ascoltare ciò che ci chiede; significa impegnarsi a correggerla, non portando il peso delle cose così come stanno e procedendo con passo rassegnato, ma sentendoci ogni giorno inaugurati e giustificati dal futuro. Solo così, come diceva don Lorenzo Milani, sarà possibile "uscirne insieme". (Nicola Lipari)



E' in agguato la Cosa 3
Solimano,15 aprile 2003
E' una strada lastricata di buone intenzioni, quella proposta da Michele Salvati. Dove conduca questa strada, il proverbio lo dice con secolare autorevolezza.
Anzitutto, due marchiani errori di comunicazione. Aver affidato al Foglio di Ferrara il suo articolo - come lodare la privacy su "Chi". Avere allungato il vino in modo tale da trasformarlo in acqua: un miracolo alla rovescia. In venti righe poteva, anzi doveva dire tutto.
Poi gli errori di contenuto. Il pulpito del "riformismo", da cui contemplare i "radicali" (bontà sua non li chiama estremisti) non è credibile. Blair è legato a filo doppio a Murdoch, ad esempio. E, riformisticamente, se ne frega di un rapporto internazionale fra le sinistre dei vari paesi. I rapporti con Aznar e Berlusconi, molto antecedenti all'Iraq, sono lì a mostrarlo con tutta evidenza.
Salvati nasconde il vero oggetto del contendere, cioè la separatezza fra elettori ed eletti, con la conseguente verticale caduta di credibilità. E della rappresentanza, che chi tiene gli occhi aperti vede ogni giorno almeno da un anno e mezzo a questa parte.
Se riformismo ha da essere, riformismo sia. Magari. Ma basato sulla realtà vera: la pace, il mercato, la formazione del consenso, la globalizzazione, l'informazione, le corporazioni. Ed invece, un "come eravamo" all'acqua di rose, come se la realtà non fosse drammaticamente cambiata negli ultimi dieci anni, trasformando i valori palesi in disvalori cculti. Tanto varrebbe mettersi d'accordo con Berlusconi, il nostro super-Murdoch, per una spartizione "compassionevole".
Postcomunismo. Non raccontiamoci frescacce, nei riformisti alla D'Alema, Angius, Violante ed anche alla Fassino che eredità comunista si avverte? Nell'opportunismo degli argomenti, nella mutevolezza delle priorità, nella disponibilità trasversale ad una intesa di potere in tutte le direzioni, Bertinotti come Cossiga, Berlusconi come Marini, Amato come Opus Dei. Sostanzialismo, per dirla con Ferrara. Buon sangue non mente. Cofferati, con quello che rappresenta, è al di qua dello spartiacque. E Bertinotti che è al di là. Solo che Cofferati dà fastidio più di Bertinotti. Il perchè lo sappiamo tutti. Non pigliamoci in giro.
Saluti selvatici, Solimano



Partito Democratico? Parliamone, ma.....
Enzo 14 aprile 2003

Non è un caso che negli ultimi giorni il dibattito sul “Partito Democratico” abbia trovato nuovo vigore. La convocazione dell’Assemblea Costitutiva del Nuovo Ulivo e la quasi immediata revoca, mostrano con estrema chiarezza la gravità della crisi dei partiti di centro sinistra. Ma, proprio, la consapevolezza di tale gravità ha fatto (ri)emergere in molti la convinzione che per uscire dalla crisi è necessaria una svolta politica “radicale”. Infatti, gli eterni distinguo, le ricorrenti affermazioni di “necessità” a cui non seguono mai scelte concrete, mostrano un ceto politico paralizzato e incapace di dare risposte ai bisogni provenienti dalla società italiana. La proposta che più si è spinta avanti sul terreno della radicalità della svolta è quelle di Michele Salvati che, in buona sostanza, partendo da un ragionamento di “buon senso politico”, ripropone la nascita di un partito Riformista (Partito Democratico), ravvisando nell’attuale situazione l’impossibilità di coesistenza nello stesso partito (ma più in generale nell’Ulivo) del “riformismo moderato” e di quello “radicale”. Pur riconoscendo valide le ragioni di buon senso che sostengono la proposta Salvati credo che la proposta di “riorganizzazione del quadro politico” vada supportata con altre motivazioni e altre ragioni. Trovo, infatti, che dare prospettiva alla proposta sulla base della “ingegneria” politica, la renda facilmente attaccabile da parte di chi non ha alcun interesse a farla progredire (il ceto politico) e poco interessante a chi dovrebbe esserne beneficiario finale (gli elettori). Per questo credo indispensabile che “l’intellighenzia, assieme alle energie del così detto ceto medio riflessivo”, debbano farsi carico della messa in chiaro dei bisogni, delle domande, delle complessità, che la società italiana oggi esprime e che “motivano” la” riforma del quadro politico”. Non è questa la sede per affrontare questi temi, ma vorrei ricordare come una nuova “rappresentanza politica e sociale” non possa prescindere dalla capacità di superare antiche “culture politiche” e, quindi, dalla capacità di leggere le moderne società tenendo conto che il mondo del lavoro (e la società) ha subito trasformazioni che hanno modificato profondamente i bisogni e le aspettative di vita delle persone. Basti pensare a come oggi i giovani vivono ed intendono il lavoro, i tempi di vita e quali siano le loro aspettative in termini di progetto di vita. Serve, allora, ricordare che nel 2006 andranno a votare, per la prima volta, i giovani nati nel 1988! Giovani che si saranno fatti raccontare dai loro padri la prima repubblica, il mondo diviso in due blocchi, l’equilibrio del terrore, l’apartheid: ebbene è a questi giovani che dobbiamo guardare quando pensiamo ad una vera svolta politica! Non fermiamoci agli schemi di “ingegneria politica” e mettiamo al centro del nostro “ragionare politico” i problemi di un mondo globalizzato, i nuovi stili di lavoro e di vita, i profondi cambiamenti nelle relazioni interpersonali e sociali indotte dalla rivoluzione informatica e mediatica, i mutamenti in atto nelle relazioni mondiali. Da questo, quindi, è necessario fare discendere una proposta di ampio respiro, che pur parlando di riformismo faccia sognare un mondo migliore. Certo! Anche il riformismo può far sognare se riempie la politica di “trasparenza”, di possibilità di appropriarsi del futuro, di progetti di vita che vadano oltre l’individualità caricandoli di solidarietà, di giustizia, di progresso: questo può essere il Partito Democratico, diversamente sarebbe la solita operazione di un ceto politico che gioca a rimpiattino con gli elettori!



Scoppola: "Se si perde l'Ulivo, si perderanno anche i partiti"
Massimo Marnetto 13-04-2003
Vi propongo l'intervista a Scoppola comparsa sull'Unità.

ROMA Pietro Scoppola, uno dei maggiori storici del nostro paese, questa mattina sarà uno dei protagonisti all’Assemblea dei Cittadini dell’Ulivo.
Oggi è il 12 aprile e per domani era stata fissata l’Assemblea nazionale dell’Ulivo saltata per contrasti interni.
Inevitabile chiedere a Scoppola se la data di oggi è polemica con la mancata riunione di domani. “
Diciamo che c’è un intento di supplenza rispetto alla ricostruzione dell’Ulivo dato che i partiti non ce la fanno a uscire da un meccanismo unanimistico che dà spazio ai veti che bloccano tutto.

Cosa proponete per superare questo male antico che impedisce l’aggregazione del centrosinistra?
Bisogna inventare e costruire alla base del paese, dove siamo più avanti rispetto ai vertici, una forma di raccordo (tralascio qui l’ipotesi prematura del partito democratico), una forma federativa. I partiti che hanno radici nella vicenda repubblicana, aperti alle nuove culture riformiste, a partire da quelle ambientaliste, devono unirsi in un soggetto nuovo. Non un partito. Ma un soggetto forte, visibile, coeso, che abbia una sola voce, che non si manifesti per le sue divisioni interne ma per l’unità del progetto da cui nasce. Parlo dell’Ulivo che è stata una intuizione geniale nata nel ‘95. Ha radici culturali profonde che vanno sviluppate e delle quali purtroppo non si parla mai. Si parla solo delle beghe e non si dice mai perché l’Ulivo è nato, cosa rappresenta, quali sono i suoi valori.

Professore, perché l’Ulivo appare sempre diviso? Leadership? Programma? Pezzi di nomenclatura residuale dei vecchi partiti che si difendono? Su quale difficoltà richiamerete l’attenzione?
I partiti non vanno messi tutti nello stesso sacco. Ci sono partiti che si sono mostrati più sensibili alle esigenza nuove e altri meno o addirittura contrapposti. E’ normale che le nomenclature politiche tendano all’autoconservazione. Queste resistenze, in un meccanismo che di fatto è fondato sull’unanimità del Coordinamento che rappresenta la coalizione, non si possono superare solo dall’interno dei partiti. I partiti, per usare un’immagine nota, non si possono da soli tirare in su dai capelli. Ci vuole l’innesto di qualcosa di esterno che rappresenti più coerentemente, con più passione e disinteresse, questa spinta all’unità.

E’ questa è l’ambizione di Cittadini per l’Ulivo?
Nel paese c’è un elettorato, magari anche iscritto a questo o quel partito, che però si sente più ulivista che non di questo o quel partito. E’ il valore aggiunto. Non si vincono le elezioni coi soli voti dei partiti. Serve questo valore aggiunto. Vogliamo dare voce a tutto questo riproponendo il disegno che i partiti avevano lanciato con la proposta dell’assemblea nazionale del 13. Diciamo: non siamo riusciti a farla, non facciamo processi, però rilanciamo l’idea su basi nuove, con la partecipazione di tutti fin dall’inizio della preparazione.

A chi volete parlare?
A tutti. Abbiamo invitato tutti i partiti della coalizione, tutti i movimenti che si oppongono alla maggioranza attuale. Alcuni di questi movimenti già hanno detto, e la loro è una scelta che va rispettata, che non possono o non vogliono far parte del processo costituente dell’Ulivo. Ma hanno anche detto che sono disponibili a lavorare in un Forum per una riflessione e un dibattito comuni che indichi idee, linee, progetti. A mio avviso, bisogna individuare due canali: uno, al quale partecipano tutti, anche i movimenti che non condividono il progetto dell’Ulivo ma hanno qualcosa da dire e da portare; un altro, in cui si colloca chi vuole costruire l’Ulivo con una costituente. Noi lanciamo questa proposta avvertendo che non è una richiesta umile e sommessa. C’è un processo già in atto alla base del paese. I Cittadini dell’Ulivo hanno già costituito e stanno costruendo sul territorio occasioni d’incontro, liste. Bisogna formare gli albi dei cittadini dell’Ulivo se si vogliono le primarie. Anche per sciogliere il nodo che non si può risolvere soltanto in un confronto di vertice. Puntiamo alla valorizzazione della cittadinanza. Si è parlato poco in Italia di cittadinanza come esercizio di diritti ma anche di responsabilità attive. Noi facciamo appello ai cittadini che credono nel progetto dell’Ulivo e vogliono lavorare insieme in un rapporto che lega differenze profonde.

Professore ma la difesa del proprio orto attraverso i veti serve veramente a salvare le identità?
Lo dirò domani mattina (oggi, ndr). I partiti non si possono salvare da soli. Se si perde l’Ulivo si perderanno anche loro. E’ una difesa miope quella dei singoli partiti a prescindere dalla coalizione. Una difesa senza futuro. Un meccanismo per parti separate, per soggetti distinti e separati che si preoccupano solo di essere visibili nella propria diversità, non solo distrugge l’Ulivo, ma distrugge gli stessi partiti. Porta alla sconfitta col seguito di emarginazione, impoverimento della partecipazione, ricaduta nel disincanto. Resterebbe l’autoreferenzialità con cui ognuno difende se stesso e i propri posti in Parlamento, ma anche questo sempre meno perché si estinguerebbero le radici culturali di ogni identità. L’Italia è bella per la sua diversità. Ma la diversità, l’orgoglio di culture ricche e diverse che affondano nella storia del paese, si salva solo all’interno di una convergenza e un confronto per raggiungere obiettivi comuni. E l’obiettivo non può che essere un polo riformatore, un riformismo moderno e autentico di governo in un sistema maggioritario.

Professore, l’irrompere dei movimenti in che modo cambia la tematica dell’Ulivo?
La loro comparsa, dalla prima sfida di Moretti a tutto il resto fino alla scesa in campo di Cofferati, ha dato una grande spinta. Ha contribuito a fare uscire dalla paralisi della delusione dopo la sconfitta del 2001. Ha anche creato un nuovo problema: come coinvolgere queste realtà? Io credo serva uno sforzo, un confronto leale e aperto che non pretenda di monopolizzare o annettere, che rispetti le esigenze di autonomia. Per questo ho parlato di doppio binario: quello del forum e quello della Costituente.
(fonte: l'Unità del 12.04.2003)



Idee forti per non perdersi
Massimo Marnetto 8. 4. 2003
L’assemblea del 12 NON è la costituente dei “Cittadini dell’Ulivo”.
Sarà, invece, il primo incontro dove partiti, eletti e cittadini – su iniziativa dei Cittadini dell’Ulivo” (noi) - si confrontano sulla “attualità”, e fattibilità, del progetto “Ulivo Allargato”.

La “nostra” costituente è tutta un’altra cosa.
E dovrà essere preparata da noi, perché siamo gli unici che possiamo definire le modalità ed i tempi che saranno necessari per completare il percorso iniziato a Cianciano (la lezione l’abbiamo imparata a nostre spese…).

Nell’assemblea del 12 sarà importante proporre “idee forti”. Non molte, ma pesanti.
E nessuna è più dirompente – a mio avviso – in questo momento come l’adozione delle primarie, o meglio, della “selezione trasparente dei candidati di collegio”, l’unico punto che nel Documento del 26 febbraio di apertura ai movimenti, non era citato.

Anche qui, abbiamo imparato un’altra lezione: sperare che siano i partiti a realizzare le “primarie” è inutile.
La tecnica è collaudata: dico sì, rimandano, fino a quando non appare puntuale la solita dichiarazione “volevamo farle, ma ormai manca il tempo…”.
Un esempio?
Le dichiarazioni inequivocabili di Fassino, Rutelli e D’Alema nel seminario sulle primarie promosso da “Italiani Europei” a Roma, nella solenne sala della Protomoteca, pochi mesi fa. Sembrava veramente la svolta, con i leader con il braccio roteante protesi verso nuovi orizzonti e noi in platea spiazzati e speranzosi. Tutto svanito. Anzi, se vai a parlare con qualche costituzionalista che ha lavorato su questo tema per i partiti, al solo suono della parola “primarie” scappa, ricordando il trauma di tanti studi costati mesi di impegno e finiti nei cassetti.

Il 12, quindi, mi sembra un’occasione da utilizzare per esprimere quello che molti di noi intendono come vero rinnovamento dell’Ulivo: consentire ad ogni elettore di centro sinistra di poter scegliere il proprio candidato nel proprio collegio.
I Giorotondi (di Moretti) sono interessatissimi e sono sicuro che sosterrebbero questa proposta.
E i partiti? Saranno sulla difensiva o inizieranno a capire finalmente che se vogliono attirare la società civile dovranno essere generosi? Che cedere quote di potere può essere il migliore investimento di credibilità politica?
Non lo so.
Ma almeno, come Cittadini per l’Ulivo, abbiamo il vantaggio di non poter essere giudicati “incompatibili” da nessuno del centro sinistra.
E non è poco.



Dello stupro
Rowena 8 aprile 2003

Ricopio da un giornale - quindi le prendo con beneficio di inventario - le parole del sacerdote della parrocchia S.Carlo di Monza, a commento dello stupro di gruppo reiterato da una banda di minorenni nei confronti di una loro coetanea: "Questa non è che la punta dell'iceberg di una società che è divenuta miope. Una parte dei nostri giovani ha perso i valori ma, inseguendo cose di poco conto, ci stiamo giocando i valori essenziali".
Mi permetta, reverendo, non sono d'accordo (se ho ben capito il suo pensiero, nonostante la sintassi assai incerta, sicuramente colpa del giornalista). Io credo che il problema non sia la "perdita" dei valori ma, al contrario, la sopravvivenza, in una periferia industriale, di "valori" tipici di una società rurale. Il predominio del maschio, la "scelta" della donna da parte del capo, l'assoggettamento silenzioso della stessa ai suoi voleri. In una realtà contadina e patriarcale questo era uno schema classico e in qualche modo funzionale alla sopravvivenza e riproduzione della società e dei beni. Nello stesso tempo, anche lo stupro era ritualizzato in forme socialmente accettate - si pensi alla "fuitina" d'uso nel meridione (se non sbaglio Franca Viola deve avere poco più dei miei anni).
E non dimentichiamo che lo stupro è stato per il Codice, fino agli anni '80, "reato contro la morale"; pertanto reato di lieve entità, e tale solo se reso pubblico.
Gli stessi schemi, trasportati in una società profondamente mutata, che ne ha perso i motivi di sopravvivenza economica e di mantenimento della stabilità sociale, reificano necessariamente in forme di violenza non più socialmente tollerabili - violenza che era preesistente, ma non percepita, non colta in quanto tale, poichè ritualizzata in "usi e costumi" funzionali all'equilibrio sociale.
Se oggi quella violenza ci sconvolge è anche perchè estranea al nostro mondo, e viene, inconsapevolmente ma correttamente, colta come residuato di forme ancestrali del rapporto uomo-donna; forme che non si sono evolute alla stessa velocità dei mutamenti economici e sociali.
Non posso saperlo per certo, ma ritengo probabile che quei ragazzini non siano affatto consapevoli della gravità dei loro atti, poiché cresciuti secondo "valori" tradizionali in cui la condiscendenza femminile è fatto talmente scontato da richiedere, se manca, una punizione. La punizione, come "correzione dell'errore" avrebbe sicuramente riportato le cose al loro posto.
Non stupiamoci troppo; l'attuale diritto di famiglia non ha ancora 30 anni, risale al 1975. Prima di allora punizioni corporali "a fini di correzione" per moglie e figli erano legalmente benedette.
Per cui, reverendo, mi permetta di finire con questa considerazione. Quei ragazzi non hanno "perso i valori" di una società tradizionale e ordinata; al contrario, li hanno tenuti fin troppo stretti. Auguro a loro, e soprattutto alle loro coetanee, di smarrirli velocissimamente e definitivamente, per acquisirne dei nuovi, quelli di una società moderna e borghese: la libertà dell'individuo, la libertà di scelta, la pari dignità degli esseri umani, l'uguaglianza di diritti e di doveri.



Essere opinione pubblica
Solimano 7 aprile 2003
La spaccatura non è fra riformisti e massimalisti. Fa comodo a tanti presentarla così. Ai tre giornaloni innanzitutto: Corriere, Repubblica e Stampa. Sono grandi giornali a livello europeo, ma ovviamente rispondono ognuno ad una precisa linea editoriale, e le tre lineee, vedi il caso dell'Iraq, specie in questi giorni sono molto vicine.
Poi fa comodo alla nomenclatura, sia della Quercia che della Margherita: squalificano chi li contesta per poterlo attaccare meglio. Il sottoprodotto TV è il finale indispensabile corollario.
Certamente i massimalisti esistono: un esempio è il referendum sull'estensione dell'Art.18 alle aziende sotto i 15 dipendenti. E se ne potrebbero fare altri, di esempi, come la metà delle pagine de l'Unità (l'altra metà va benissimo).
Ma si spaccia per massimalismo ciò che massimalismo non è. In particolare mi vengono in mente tre categorie:
1. I problemi nuovi, assolutamente nuovi, dell'universo mondo ed i modi necessariamente nuovi per affrontarli: globalizzazione, pace, tentata egemonia degli USA. Non si può ricorrere al vecchio bigino del riformismo d'antan: ci sono fruste giaculatorie, non risposte.
2. La democrazia, resa flatus vocis dall'intreccio di monopolismo, finanza, controllo dei media. L'Italia è solo la punta dell'iceberg, ma è una punta oscena.
3. L'autoreferenzialità delle strutture partitiche, tanto più attaccate con le unghie e coi denti alle rendite di posizione, quanto meno capaci, non dico di scaldare i cuori (basterebbe una termocoperta), ma di essere in presa diretta con l'opinione pubblica. La conoscono molto bene, l'opinione pubblica, e piuttosto di farci i conti, preferiscono cancellarla. Conseguenza inevitabile è che sistematicamente ogni iniziativa organizzata dai partiti o è stata un buco nell'acqua, o è stata un poco affollato e stanco rendez-vous di addetti ai lavori e di generosi fedeli nei secoli.

Essere opinione pubblica, oggi, è la scelta più gratificante ed al tempo stesso più utile. Occorre cogliere al meglio tutte le possibilità, sul territorio, nelle associazioni ed in rete. Non facile, ma possibile, se si evitano dispersioni.
Mentre tutte le operazioni volonterosamente portate avanti sinora (comitati, formichine, lobbying)non hanno ottenuto risultati, se non di essere considerati privi di significato sia dalle nomenclature che dai movimenti.
Quindi Ulivo (o Carciofo o Glicine...) dal basso dei propri individuali passi e dall'alto delle proprie riflessioni, delle proprie esperienze condivise con altri e pure dei propri dubbi, perchè no.
Recuperiamo la nostra tranquilla centralità, noi che siamo parte della opinione pubblica: chi non piace a sè stesso, non può piacere a nessun altro.

Saluti selvatici
Solimano



Nel sondaggio su Cofferati io ho votato " persegue un disegno diverso dall'Ulivo "
Marcos 4 aprile 2003

Ma il quesito posto in questa maniera è riduttivo. Dalle parole di Cofferati si evince che vuole l'Ulivo !!! ma non quello dei vertici staccati dalla base. Mai sentito parlare Cofferati di leader guida, è per lui all'ultimo posto delle priorità. Dialogo con i movimenti e RC, in un tavolo senza rapporti di inferiorità rispetto ai partiti politici. Stesura della linea politica e programmatica venutasi a delineare al tavolo. Primarie Ovviamente, tutto questo va fatto in fretta, perchè il dialogo è difficile e richiede tempo. L'Ulivo odierno, pur non scartando questa ipotesi, la interpreta alla sua maniera proponendo una convention, ma "purtroppo"..ancora sotto l'ala partitica, mettendo in condizione di inferiorità i movimenti e relegandoli al ruolo di semplici spettatori con diritto di parola. Lo scopo di questa perdita di tempo è ovviamente trascinare la questione fino alla vigilia delle elezioni politiche...momento in cui l'elettore si troverà nella condizione di votare L'Ulivo così com'è, astenersi, o votare RC... Secondo il mio punto di vista...sarà una nuova catastrofe...ma i vertici dell'Ulivo odierno saranno salvi.