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Politica, le opinioni







Allargare? Sì, ma bene.
Massimo Marnetto 10 - 03 - 2003
Nel "famoso" Documento del Coordinamento Politico dell'Ulivo, le tappe sono serrate fino all'Assemblea Nazionale del 13 aprile, dopodiché non c'è più fretta e si ipotizza una Canvenzione Nazionale "a babbo morto", ovvero entro il 31 dicembre 2004 (sì, avete letto bene, 2004)
Sembra che l'incalzare delle date - 22 assemblea nazionale a Roma, 29 provinciale - sia davuto all'effetto trascinamneto delle votazioni amministrative.
Come a dire: noi partiti della coalizione siamo disposti ad aprire ai movimenti, ma adesso, perché poi avremo da fare per la campagna elettorale.
Scusate, ma tutto ciò mi sembra non solo sbrigativo, ma politicamente riduttivo. Tanto più che il 29 - e cioè ad una setttimana esatta dall'assemblea nazionale dei Comitati del 22 - in ogni Provincia si dovrebbe essere già nelle condizioni di votare i delegati - anche delle associazioni e movimenti - da inviare all'Assemblea Nazioanle del 13.
E' semplicemente impraticabile.
Si vede perfettamente che chi ha scritto quel Documento conosce bene i partiti, ma non la complessa galassia della società civile, che non si coinvolge offrendo posti da delegato per un Comitato Nazionale di là da venire, ma iniziando a lavorare insieme per specifici obiettivi.
Insomma, ci vuole il tempo necessario(molto più di una settimana!) a stabilire un reciproca fiducia e percorsi comuni.
Detto questo, propongo che nelle assemblee provinciali del 29 non si votino i delegati, ma si discutano le modalità di apertura alla società civile, provincia per provincia.
E l'Assemlea nazionale del 13 aprile?
Semplice, si rimanda. Anche perché non mi sembra un segno di "pari dignità" tra partiti e cittadini quello offerto dal Coordinamento Politico di voler dettare tempi e modi come un "fatto compiuto".
Aprire l'Ulivo nel modo più ampio è quanto da anni stiamo facendo portando nei Comitati le persone in gamba che conosciamo. Solo così ci siamo costruiti un'identità e credibilità, che ha resistito alle intemperie che si sono abbattute sull'Ulivo.
Un eccesso di fretta potrebbe non solo non ottenere l'effetto di coinvolgere altre associazioni, ma rischierebbe anche di demotivare cittadini per l'Ulivo già attivi nei Comitati.
E questo sarebbe veramente troppo.

salvate il soldato maggioritario
pitui16 9/03/2003
Salvate il soldato maggioritario. È diffusa ,non solo all’interno del ceto politico del centro sinistra,una certa insofferenza verso il sistema maggioritario ,ritenuto ,dopo essere stato visto come l’arma totale in grado di distruggere la partitocrazia,come la sentina di tutti i mali ,responsabile,quasi ,di averci regalato,lui solo, Berlusconi. Se questa fosse solo l’opinione di un Bertinotti non varrebbe la pena preoccuparsi,ma se pensiamo al recente articolo di Vattimo sull’unità ,così come a una certa insofferenza presente nell’elettorato dell’ulivo ,le cose si fanno più serie.Capisco che non per tutti gli elettori è facile districarsi fra i meandri del sistema elettorale,ma ritengo che vadano posti alcuni punti fermi il primo dei quali è :Berlusconi non ha vinto a causa del sistema maggioritario.Nelle elezioni politiche del 2001,infatti,bisogna distinguere fra il risultato finale in termini di seggi e la distanza fra i due schieramenti all’interno delle due modalità di voto maggioritario e quota proporzionale residua.Nel maggioritario della camera ,ad esempio,l’ulivo esce sconfitto per poco più di 400000 voti ,i partiti della casa della libertà,invece,nel proporzionale arrivano ad oltre il 50%.In altri termini,mentre nel maggioritario sarebbe stata sufficiente l’alleanza con rifondazione e Dipietro per ottenere la vittoria ,con un sistema proporzionale l’unione di tutte queste forze non avrebbe sovrastato quelle della Cdl.L’equivoco per molti elettori nasce evidentemente dal fatto che notano la sproporzione in seggi ottenuta dai Berlusconiani e traggono la conclusione che essa sia dovuta alle pecche del sistema elettorale.In realtà nel 2001 ,ma anche nel 1996 e nel 1994 il sistema maggioritario è stato sempre favorevole al centrosinistra .Nel 1996 al proporzionale era in vantaggio l’armata Berlusconiana,vantaggio che si ribalta nel maggioritario a favore dell’ulivo,come detto nel 2001 questa differenza di valori fra i due schieramenti nei due diversi sistemi elettorali si accentua ancora di più.Il vantaggio della Cdl in termini di seggi nel 2001,perciò,è dovuto tanto poco alla nequizia del sistema elettorale quanto all’incapacità del centro sinistra di adattarsi ad esso,i dirigenti per non essere messi sotto accusa hanno preferito sorvolare sugli errori tattici compiuti nel 2001,ma basti pensare ai voti del proporzionale gettati nel cestino dal Girasole,verdi e socialisti, e dai comunisti italiani, che messi insieme superavano la quota del 4% ,ma che divisi hanno portato alla perdita di almeno 10 15 deputati vinti conseguentemente dalla Cdl ,se teniamo conto poi che Dipietro per un niente fallisce la soglia del 4 % nel proporzionale ,regalando di conseguenza altri deputati a Berlusconi,e che ,sempre a mò di esmpio,in Sardegna l’ulivo rifiutandosi di fare un accordo elettorale con il partito sardo d’azione ,probabilmente poiché dava per persi quei seggi e per motivi di visibilità interna preferiva spartire le candidature solo fra partiti del centrosinistra,ha ottenuto di regalare altri seggi nel maggioritario alla destra,veniamo alla conclusione che a Berlusconi l’ha salvato Santa Pupa e non il maggioritario.Nel 2001 ,infatti,ancora di più che nel 1996 La Cdl perde voti passando dal proporzionale al maggioritario,li perde in favore dei partiti terzi ,D’antoni radicali etc,ma anche in favore dell’ulivo che conseguentemente incrementa in maniera enorme i suoi voti passando dal proporzionale al maggioritario.Come detto questo effetto era già presente nelle tornate elettorali del 94 e ancora di più nel 96 ,ma nel 2001 esso si incrementa.La spiegazione della sovrabbondanza di seggi ottenuti dalla destra oltre che per i motivi suddetti ,mancato raggiungimento dei quorum del 4 % mancate alleanze elettorali, è dovuta anche al fatto che la destra ha ottenuto molti seggi quando il risultato è stato deciso da pochi voti .In molti collegi,infatti,il risultato è stato deciso da un pugno di voti molto spesso a favore della destra,ma in quegli stessi collegi il voto della quota proporzionale era largamente favorevole alla Cdl,una corsa elettorale sul filo di lana non si vince per caso ,ma ,per definizione ,il suo risultato non è prevedibile a priori.Se ,dunque,il maggioritario è così disastroso per la destra,direte voi, perché non cambiano il sistema elettorale con la maggioranza che hanno tornando al proporzionale?La ragione per cui Berlusconi,finora,non l’ha fatto è che evidentemente sa benissimo che il momento in cui desse via al ballo del proporzionale la sua posizione non sarebbe più così salda in sella,i partiti ,e non solo quelli della Cdl,liberati della minaccia del maggioritario e ovviamente della tagliola del 4% ,potrebbero dedicarsi al valzer del cambio di alleanze, e di Premier, in corso di legislatura,senza pensieri.Inoltre notato da pochissimi ,ma sicuramente dai focus group di Berlusconi,è in corso un’Opa da parte della destra neo-fascista,Msi FN etc, su quote consistenti di elettorato marginale a cui la Cdl aveva promesso fra le altre cose un’identità,promessa impossibile da mantenere e che quindi vede quote consistenti di elettorato della destra volgersi verso altri”negozi “elettorali .Se pensiamo ,inoltre,al peso elettorale che i Lepenisti o gli Haderiani hanno tuttora nei loro paesi,nonostante le recenti sconfitte,è evidente che anche in Italia le possibilità elettorali in quell’area siano almeno equivalenti ,ragion per cui se nel 2001 Berlusconi,pagando,è riuscito a non far presentare nel maggioritario liste neo-fasciste che gli avrebbero tolto voti decisivi,nessun ostacolo si porrebbe di fronte all’estrema destra in un sistema proporzionale,anzi Berlusconi sarebbe costretto a ballare la musica di Bossi,ma anche a danzare alle arie nibelunghe di Forza nuova.Ecco la spiegazione della tentata fuga in avanti Berlusconiana verso il presidenzialismo al proporzionale,presidenzialismo per evitare ricatti dalla propria maggioranza ,proporzionale per evitare che la maggioranza diventi dell’ulivo.Che piccoli politicanti dell’ulivo accecati da interessi di corto respiro rispondano alle sirene del proporzionale non stupisce,giove acceca chi si vuol perdere,ma che anche cittadini intelligenti cadano nelle trappole ordite della disinformazione della destra francamente stupisce:L’ulivo deve ergersi,perciò ,con forza a difensore del maggioritario,in primo luogo perché 3 referendum,di cui 2 ignorati,hanno detto che questo è il sistema elettorale preferito dai cittadini, e ,non secondariamente,perché è il sistema con cui ha più possibilità di vittoria.Se la destra intraprenderà la strada del ritorno al proporzionale sarà perciò gioco facile,o per meglio dire sarebbe gioco facile,additare il passo del gambero presso gli elettori,senza considerare che ,comunque,verrebbe meno la ragion d’essere dell’ulivo.In un sistema proporzionale puro ,senza sbarramento come ovvio,i partiti, tutti, avrebbero le mani libere

Dall'entropia alla necrosi....
9/3/03 Bruno
Apprezzo molto l’opinione espressa da Paolo (Momtepino), soprattutto perchè esprime bene la sofferenza dell’asfissia di una lunga militanza in un partito storico. Eppure la primavera di Praga dovrebbe insegnare qualcosa. O il 22 Marzo si costruisce un’alternativa per affronatre liberi i temi alti della competizione europea o quel poco che rimane di vitale nei corpi stanchi dei partiti va ad aggiungersi alla necrosi dilagante. Non c’è alcun dubbio che l’assemblea del 22 sia molto somigliante a quella riunita nel capannone della fabbrica che tradì i cittadini che combattevano e cadevano per la libertà nelle strade di Praga. Allora, non sapendo se avrò la vocazione per fare l’eroe, preferisco usare per il momento l’arma modesta ma efficace del mio diritto a partecipare alle elezioni europee come cittadino libero e senza vincoli. Ritengo, perciò, sia ormai giunto il momento di proporre in quella assemblea e successivamente organizzare dei veri comitati elettorali in nome dell’Ulivo o, se non cedono l’uso del simbolo originale, un simbolo che richiami la nascita naturale e senza condizioni di un vero nuovo partito. In pratica, tradurre entro martedi la mozione n.4 in emendamento ufficiale con l’obiettivo, data l’esistenza di un Manifesto preconfezionato e blindato, di lanciare e promuovere dall’interno dell’Assemblea la formazione dei Comitati elettorali. Se non seguiamo questa strada SUEZ non ha futuro, a meno che non voglia trasformarsi in una pseudo sezione di vecchia memoria. Saluti selvatici

Mica semplice, però...
Massimo Marnetto 7 - 3 -2003
Sto riflettendo continuamente sul recente Documento del Coordinamento Politico dell'Ulivo, distribuito il 28 scorso, per superare le perplessità che nutro in merito alle modalità previste per promuovere un incontro con Associazioni e Movimenti. Vado per punti.

1 - Ritengo che il positivo intento di apertura dell'Ulivo alla società civile sarebbe dovuta partire dai "vertici" del Coordinamento dell'Ulivo con un'iniziativa visibile, forte e chiara rivolta direttamente alle principali Associazioni e Movimenti nazionali. Solo successivamente, sarebbero potuti entrare in azione i Comitati (noi) - a livello provinciale - per dare attuazione all'allargamento della base dell'Ulivo, anche a favore delle Associazioni operanti unicamente su scala locale.

2 - Senza questo incipit, tutto viene demandato ai Comitati, che diventano così la controfigura dei partiti della Coalizione per le scene politicamente più rischiose. Stando così le cose, a mio avviso, noi Comitati possiamo uscirne bene solo se individuiamo un obiettivo "forte" sul quale chiedere l'impegno di Associazioni e Movimenti nazionali e locali. L'unico che mi sembra in tal senso "aggregante" è l'adozione della selezione trasparente dei candidati di collegio (le primarie), che costituirebbe una conquista assai più significativa per la società civile di quanto non possano essere le quote di delegati indicate (peraltro confusamente) nel Documento in questione. Questo obiettivo, a mio avviso, ha tutta la dignità di una proposta politica innovativa e praticabile, perché indica una meta ampiamente attesa, un percorso e dei ruoli specifici. Lo dico anche con un minimo di cognizione di causa, visto che è da giugno che ci sto lavorando insieme ad esponenti dei movimenti romani, studiosi e parlamentari, insieme ai quali siamo arrivati ormai vicini alla definizione di un prototipo finalmente sperimentabile da proporre all'Ulvio. In questi termini, non solo sono favorevole ad un incontro dei Comitati dell'Ulivo con movimenti e associazioni, ma lo ritengo decisivo per dare uno sbocco propositivo a tutte le motivazioni che ci hanno portato a partecipare insieme alle grandi manifestazioni di questo ultimo periodo.

La tela di Penelope
Solimano 7 marzo 2003
L'evidenza non la si può negare: non c'è nessuna intenzione da parte dei partiti di fare realmente spazio ai movimenti. Non solo, vedo nei comitati ulivisti un linguaggio che si distingue dal politichese dei partiti solo perchè è al tempo stesso più astruso e più naif. L'Ulivo è divenuto "flatus vocis": basti pensare che alle grandi manifestazioni del 15 febbraio da nessuna parte si sono viste sventolare bandiere dell'Ulivo (simbolo di pace, fra l'altro...). Il motivo di tutto ciò appare chiaro da un breve inciso di Cofferati nel recente dibattito con Sofri: se si vuole essere coerenti, occorre giungere alla conclusione che occorre un cambio di classe dirigente. Una conclusione che cercheranno di evitare in tutti i modi, in primis con la cooptazione di chi si lascierà cooptare; proprio la stessa tattica che hanno messo in atto con Cofferati (candidatura a Pisa, presidenza dei DS, e non è certo finita qui). Non credo di fare del moralismo; il Manifesto, tempo fa, ha fatto i conti: circa 30.000 persone che vivono di politica e che vedono messo seriamente a rischio il loro posto di lavoro. Non è che non capiscano: capiscono benissimo! E non gli sta bene. I due cantieri, perché tali sono, della Quercia e della Margherita, fermentano di attività di facciata; anche una buona idea, quella dei Circoli della Margherita, è rimasta al palo. Un elettorato vivacissimo (Ilvo Diamanti parla di fuga dal privato!) a cui gli eletti fanno da tappo. Deboli ed arroganti, arroganti e deboli. Occorre, passando alla parte propositiva, mantenere una sana selvaticità: interni alla politica, esterni ai partiti. Selvaticità, non estremismo. Occorre dare le priorità giuste: farsi ascoltare dai tanti che vedono le cose in questo modo e che provano sulla loro pelle ogni giorno l'utilità del volontariato associativo basato su finalità concrete, e l'inutilità delle tradizionali attività di sezione partitica. Occorre essere in relazione con tanti che hanno votato dall'altra parte ed oggi sono delusi. Queste dovrebbero essere le priorità dei Comitati, non l'aggiungi un posto a tavola. Ma l'imprinting è difficile da schiodare: più l'imprinting che le ambizioni. Per intanto, cerchiamo di fare in modo che questo sito cresca, funzioni,non abbia nulla di ufficiale e contemporaneamente non diamo spazio alle parole in libertà ed a scazzi e narcisismi assurdi. Essere, insomma, selvatici e disciplinati: un ossimoro possibile. Saluti selvatici Solimano

La primavera dei Comitati
Montepino 06/03/2003
20 GIORNI, separano le due assemblee organizzate, motu proprio, per dare un'anima ulivista alla coalizione di centrosinistra. Quella del 22 marzo ha il sapore indubbio della "primavera praghese", se pur diversamente motivata nei rapporti tra cittadini e rappresentanza politica che li coalizza in schieramento all'interno di uno stato già democratico qual'è il nostro, è legittimo richiamarsi a quella "stagione" dal momento che l'altra assemblea del 12 aprile sembra un blitz di vertice dei partiti per imbrigliare sul nascere questo "soffio" che spira dal basso e agita la società civile. Quando un sistema democratico, come quello messo in piedi dai partiti storici, al prezzo anche del loro sangue più nobile, diviene entropico, non si salva la democrazia imbrigliando il vento del rinnovamento. Quando il rinnovamento vuole essere guidato per non perire come "storicità", non si rinnovano i partiti, e di conseguenza non si costruisce l'unità necessaria a credere in un Progetto comune a prescindere dalla denominazione. Quando non si approfitta dei passaggi epocali come quelli che incombono per gli scenari internazionali e non si accenna univocamente almeno alle elezioni europee, ( lista unica in simbolo unico) non si conquista la fiducia dei cittadini che stanno dando vita ai Comitati sul territorio. Quando si pensa alle Primarie istituzionalizzate come a un salto nel buio per la "primaria" funzione dei partiti in democrazia, non si fa altro che offrire immagini autoreferenziate di sé prima che di partito. C'è da augurarsi, dunque, .che il "22 marzo" aleggi sul "12 aprile" come il soffio di primavera sulla rigidità dell'inverno politico.

Riflessione a margine
Rowena 05/03/2003
“Dentro questo processo di ricostruzione dalla base dell’Ulivo si colloca l’obiettivo della convocazione di una Costituente dell’Ulivo al fine di costruire un soggetto politico di coalizione federato, composto dai partiti, dagli eletti e - attraverso l’associazionismo di base ed anche l’adesione diretta individuale - dai cittadini (…)”.

PARS DESTRUENS

Così termina il manifesto di Chianciano. I partiti, convocando l’assemblea del 12 aprile, sembrano apparentemente aver colto questa sollecitazione; si delinea infatti un percorso verso la Convenzione Nazionale che “definirà le regole per la scelta del candidato premier dell’Ulivo alle elezioni politiche”. A ben guardare, tuttavia, le differenze sono talmente sostanziali da portare a considerazioni ben pessimistiche sulla reale volontà dei partiti di far proprie le istanze della base ulivista. Il manifesto dei partiti parla di “Assemblea nazionale della coalizione dell’Ulivo”. Se le parole hanno un senso, è una precisa indicazione sul fatto che l’Ulivo è e resterà in futuro una mera coalizione. Non c’è traccia di un percorso verso quel “soggetto politico di coalizione federato” che, con formula già abbastanza ambigua, i Comitati indicavano come obiettivo. In questo quadro parlare di “allargamento” dell’Ulivo può significare solo l’aggiunta di pezzi a questa coalizione, non un processo verso quell’integrazione di culture ed esperienze di partecipazione diverse in un soggetto unitario, che tutti ci auguriamo. Il Comitato Nazionale, eletto all’assemblea del 12 aprile avrà, fra l’altro, il compito di “definire regole per la vita interna dell’Ulivo”. Naturalmente regole per l’assunzione di decisioni sarebbero comunque necessarie, ma in questo quadro, sembrano rappresentare più che altro una “regolamentazione” necessaria all’equilibrio fra i partiti; pare esclusa, infatti, qualsiasi cessione di poteri dai partiti all’Ulivo. L’impressione è quella di un’architettura tesa a far funzionare la coalizione senza troppe lacerazioni, fino alle prossime elezioni; ma non si vede un passo concreto verso il superamento di logiche proporzionaliste, in direzione di un soggetto politico che sappia porsi come reale alternativa all’attuale maggioranza, e abbia concrete possibilità di crescere anche “dopo” le elezioni. I movimenti. In una logica i coalizione appare assai ambigua anche l’apertura ai movimenti, pur da più parti auspicata. Come possono partecipare i movimenti a questo tipo di Ulivo? O trasformandosi in piccoli partiti, con rappresentanze elette, una base riconoscibile, ecc. O, in modo casuale e disomogeneo, senza rappresentanza formale, senza obbligo di condividere il progetto ulivista cui sono chiamati a partecipare. Senza modalità di rappresentanza, si tratterebbe, infine, di una cooptazione di alcuni rappresentanti della società civile, in modo quanto mai arbitrario. Anche questo allargamento, quindi, si prefigura come un’operazione di facciata, tesa ad abbassare la tensione della società civile, ma difficilmente in grado di darvi adeguate risposte. E ambiguo quanto mai resta, in questo quadro, il ruolo dei Comitati per l’Ulivo, già di per sé ibrido fra emanazione partitica e movimento della società civile. La tensione ulivista presente in una consistente parte della società è indubbia. Per quanto si sia espressa con timidezza, ha però posto domande di fondo: strutture di coalizione con progressiva cessione di poteri da parte dei partiti, adesione diretta all’Ulivo, primarie. Pur poste con non sufficiente radicalità, queste domande devono essere sembrate eccessive ai partiti che, con mossa improvvisa, in un colpo solo: · impediscono la costituzione formale del Movimento dei cittadini per l’ulivo, sovrapponendovi arbitrariamente la loro iniziativa; · dichiarano preventivamente di non accettare né un processo di costruzione di un soggetto unico, né adesione diretta, né elezioni primarie (di fatto la partecipazione alla scelta dei candidati è una “possibilità”, e i candidati di collegio non sono nemmeno nominati).

PARS COSTRUENS

Dopo un momento di inevitabile smarrimento, si iniziano a vedere le prime reazioni e le prime proposte, alcune delle quali potrebbero essere utili a far uscire dai binari prestabiliti l’assemblea del 12 aprile, forzando la discussione sui temi caldi cari alla base ulivista. Fare in modo che l’assemblea dei Comitati del 22 marzo, ancorché a ranghi ridotti rispetto agli intenti iniziali, non sia una mera certificazione di un percorso imposto da altri. Adoperarsi perché la stessa assemblea stabilisca comunque uno status formale dell’esistenza del Movimento dei Cittadini per l’Ulivo, dotandolo di strutture e rappresentanze condivise e riconosciute e in grado di avere reale forza contrattuale rispetto alle altre componenti. Far approvare dall’assemblea l’emendamento 4 di Suez, come sostenuto da Bruno in altre occasioni, quale chiara indicazione verso una scelta maggioritaria, in contrasto con le derive proporzionalistiche dei partiti Uscire dall’assemblea con una precisa intesa fra i Comitati, per sostenere in ogni sede i 3 punti qualificanti della nostra proposta: · cessione di poteri dai periti alla coalizione · adesione diretta · primarie Chiedere, come ben dice Massimo in un post precedente, una adesione al progetto ulivista da parte dei rappresentanti dei movimenti comunque cooptati, tramite la sottoscrizione del Manifesto di Chianciano e relative “formichine”. Non avrebbe infatti senso la partecipazione da parte di chicchessia alla costruzione del nuovo Ulivo senza una dichiarata adesione al progetto che lo informa.

Formicare soli o in compagnia?
Massimo Marnetto 04-03-2003
Scritto male, con vistosi buchi, ma importante: questo il mio giudizio sul documento dell'Ulivo aperto. Avrei più di un'obiezione da esprimere, ma preferisco concentrarmi su quella che ritengo prioritaria. Emerge la preoccupazione di aprire ai movimenti, facendo distinzioni tra chi lavora per l'Ulivo da anni (Comitati, Associazioni, ecc.) - che ha dovuto registrarsi e "formicarsi" - e coloro che invece si affaccerannno per la prima volta alle Assemblee Provinciali, ai quali si consentirà di votare ed essere eletti senza formalità. Intendiamoci: mi va bene aprire, anzi benissimo: più si allarga l'Ulivo, meglio è; ma non nella confusione. Quindi, chiederei ai movimenti che volessero partecipare alle Assemblee Provinciali, di sottoscrivere una "formica" per ogni loro socio, come adesione ad un progetto (l'Ulivo) non ad un partito. Allora sì, che ci sarebbe chiarezza. E mi farebbe molto piacere vedere tante faccie nuove intorno a me discutere, decidere e votare. Con la formica in mano.

Per non essere pessimista
lodes 2/3/03
Ad essere sincero il primo impulso, dopo la lettura del documento di convocazione dell’Assemblea Nazionale della Coalizione dell’Ulivo, è stato di mandare tutti a quel paese. Basta leggere il testo approvato per rendersi conto che ciò che “ispira e muove” i partiti del c.s. è ben lontano dall’Ulivo così com’era stato intuito in quel lontano 1996. Infatti, il documento, per quello che dice e non dice, delinea un percorso che lascia inalterato l’attuale quadro politico. Evita accuratamente ogni definizione del Nuovo Ulivo avendo, però, molta attenzione nel dare l’immagine di apertura verso i movimenti. Cosa rimane, dentro a questo progetto, delle ambizioni dell’Ulivo del 1996? Dov’è il rinnovamento del sistema politico? Dov’è il nuovo soggetto politico coerente con il sistema maggioritario? Dov’è l’ipotesi di aggregazione contaminazione delle diverse culture politiche in un progetto riformista? Dove sono i nuovi strumenti di partecipazione alla politica? Nulla di tutto questo! Anzi, tutte cose già viste: infatti, è spostato a dopo il 2004 la Convenzione Nazionale dell’Ulivo che dovrà stabilire le regole per la scelta del candidato premier, per la ragione (non detta) che nel 2004 si misureranno i rapporti di forza interni alla coalizione grazie al voto (proporzionale) europeo. Più sfacciata l’ipotesi del Comitato Nazionale dell’Ulivo che, fra l’altro, “elabora le modalità con le quali si renda possibili procedere, attraverso modalità di partecipazione dei cittadini all’individuazione dei candidati della coalizione a Sindaco, Presidente di Provincia e Regione e di Presidente del Consiglio dei Ministri”: e i candidati di collegio? E le primarie? Come dicevo ce n’è abbastanza per mandarli a quel paese! Ma, volendo essere ottimista, il documento rappresenta, pur sempre, un passo avanti rispetto alla situazione di impasse del centro sinistra. Allora credo opportuno che l’assemblea dei comitati per l’Ulivo possa e debba svolgere un proprio ruolo. Partendo dalla consapevolezza che questo documento spiazza e annulla il percorso che avevamo individuato nel manifesto, non rimane altro che svolgere un ruolo di pressione per modificare quegli aspetti palesemente deficitarii: le primarie in primo luogo, ma anche le regole che il Nuovo Ulivo si darà in termini di adesione e partecipazione. Il tutto per non essere pessimista! Ciao. Enzo

Off Topic - Sulle donne
Rowena 02/03/2003
L’occasione: ho avuto un piccolo battibecco con Franca Chiaromonte a causa del mio Stilelibero sull’elezione di miss Padania. Dice l’On.: “ho imparato a rispettare l'ambizione femminile quando si manifesta, anche laddove non ne condivida l'oggetto”. Al di là della contingenza, questo mi ha fatto riflettere. Si parla spesso di donne in politica; io stessa ho sempre sostenuto, nelle diverse occasioni, le quote riservate alle donne, per forzare e contribuire a spezzare un antico cerchio di reclusione/autoesclusoine, per cui, se la politica ha modi e tempi non adeguati alle donne, le donne se ne tengono fuori, e la politica sempre di più si rinchiude nei suoi modi e nei suoi tempi, emarginando sempre di più le donne, e così via escludendo… Ma perché, poi? Siamo sicuri che la politica serve alle donne e che le donne servono alla politica? Potremmo anche decidere che, essendo la politica terreno “esterno”, da sempre appannaggio della metà maschile del cielo, della quale ha ormai acquisito stili e metodi, è attualmente irriformabile, e quindi non merita, da parte delle donne, un eccessivo impegno di tempo e di energie. Si potrebbe decidere che sono altri i campi in cui affilare le armi della partecipazione alla vita sociale e civile del paese: l’economia, la ricerca, per esempio. Ma, naturalmente, ne faccio una questione di cittadinanza. Se è acquisita la parità legale e formale deve anche essere acquisito il diritto/dovere di partecipazione alla gestione – meglio, al governo! - della res publica . Per questo le donne sono certamente necessarie alla politica, se questa non vuol restare cosa dimezzata; e se la politica è ostica, immasticabile ed indigeribile alle donne, allora è la politica ad essere sbagliata, e va rimessa in discussione. Però, una volta detto che le donne in politica devono esserci, e che occorre acquisire metodi per aumentarne numero e presenze, sento anche il bisogno di andare oltre. Per quali scopi le donne dovrebbero entrare in politica? Scopi specifici, intendo, al di là dello scenario di valori condivisi e dei programmi. Per un motivo soprattutto, e riprendo un termine dal bellissimo intervento di Occhetto riportato più sotto: il “diritto diseguale”, per eliminare la disuguaglianza di partenza. Si è dato per scontato che, raggiunta una uguaglianza formale, la si potesse tradurre semplicemente in realtà sociale. Si è preferito osservare fenomeni superficiali, come la massiccia scolarizzazione delle donne, la progressiva apertura di professioni tradizionalmente maschili, o fare folklore sulle “donne in carriera”, senza approfondire altri fenomeni paralleli, come la progressiva dequalificazione delle professioni a mano a mano che si femminilizzano, per esempio. Si è accettato un cambiamento del costume che ha travolto molti antichi tabù – per dirne una, l’esibizione del corpo femminile – senza però chiedersi se questo ha effettivamente modificato i rapporti di potere fra uomo e donna, o non sia semplicemente un modo diverso di riprodurli. Vorrei che le donne servissero alla politica, proprio per disvelare quei rapporti profondi di potere intrinsechi alle relazioni di genere, e mettere in campo politiche per trasformarli. Non solo quindi, una politica delle “pari opportunità”, pure indispensabile, ma il disegno di uno scenario futuro in cui siano progressivamente eliminati, prendendoli di petto, tutti quei fattori economici, sociali, culturali, che mantengono, al di là delle acquisizioni formali, una subalternità di fatto della donna. Una politica per la famiglia, per esempio: può essere seriamente fatta senza metterne in discussione i ruoli su cui si regge ancora oggi, per quanto cambiata rispetto a quella di alcuni decenni fa? La politica demografica, tanto importante, sul piano economico: puo’ essere fatta senza una profonda riflessione su una scelta che resta tutt’oggi materia strettamente privata, lasciata all’esclusivo sostegno della famiglia (e al suo interno, della madre soprattutto), che oggettivamente confligge con la realizzazione delle potenzialità femminili nel sociale? Solo per fare qualche esempio. In questo senso vorrei che le donne servissero alla politica e la politica alle donne. Anche perché solo una ripresa forte dell’iniziativa in questo senso, può essere il motore di un cambiamento, certo non decretabile per legge, di quel clima culturale che mantiene inalterati – sotto una debole vernice di modernità – modelli comportamentali che hanno radici antichissime. No, non approvo l’ambizione femminile comunque sia rivolta; non se è rivolta a riprodurre acriticamente quegli stessi modelli di subalternità che dovrebbe servire a ribaltare. Vale per le “veline”, ma anche per le donne che fanno politica. Farsi carico di tutto questo è certamente una fatica, fra le tante che occorre affrontare; e una fatica di cui spetta principalmente alle donne farsi carico. Senza timidezze, ma anche senza autoassoluzioni.

Nuovi modi di fare politica
Graziella,1-03-03
Giorni fa il sottogruppo del Laboratorio Democratico,"Vecchi e Nuovi modi di fare politica" ha ospitato l'ex sindaco di Firenze Mario Primicerio.IL professore Universitario,discepolo di La Pira è stato trascinato all'incarico dai Ds,amministrando la città per quattro anni senza lasciarsi tirare la giacca da nessuno.La fatica è stata grande e la soddisfazione pure.Riferisce,infatti, che non c'è nulla di meglio e che il lavoro del sindaco non è paragonabile a quello del parlamentare o dle ministro.Certo il noviziato si paga in tanti modi ma se si vuole il ricambio le strade sono poche.E' pure contrario alla primarie: non le ritiene applicabili alla nostra realtà.Ed io dopo l'amara esperienza del maggioritario e a quel che ci ha portato,non sono più così convinta.